Libri-lifting

Conservazione, collezionismo, forse un pizzico di nostalgia: i motivi per restaurare un libro sono molti, e ancora di più sono i metodi. In due ore di gita al laboratorio di restauro della carta dell’Archivio di Stato di Torino, la fenomenale Silvia – gentile, preparata, appassionata del suo lavoro – non ha potuto chiaramente spiegarmi tutto (ma ci ha provato).

Prima di tutto ho capito che tutti i libri destinati alla conservazione (quindi non quelli di casa, non diventate paranoici) devono essere spolverati regolarmente. Si usano pennelli e aspiratori (qui a sinistra un esempio). Il problema non è tanto la polvere in sé quanto il fatto che essa permette a ciò che è presente nell’aria di attaccarsi alla carta e rovinarla (non ricordo se si trattasse di umidità, ioni o bestioline).

Ogni carta può avere un’acidità diversa, che si misura bagnandone un pezzo e appoggiandoci la sonda adatta, attaccata a una macchinetta. Le fibre usate per produrre la carta possono essere di diversa lunghezza (a seconda della materia prima usata) ma il problema nasce se queste fibre si spezzano. I miei ricordi di chimica sono molto lacunosi, ma dovrebbe essere che più sono frammentate le fibre e più catturano ioni negativi, che rendono più acida la carta.

La carta troppo acida non va bene, e quel che gli si può fare è un bell’ammollo con sostanze basiche. Ma prima dell’ammollo, e comunque prima di quasi qualsiasi lavorazione “umida”, bisogna controllare come si comportano carta e inchiostro con l’acqua. O con l’alcol, a seconda di cosa uno deve usare.

Gli inchiostri più antichi di solito resistono a tutto, quelli moderni meno. Un po’ come la carta: quella dei libri nuovi se la metti in acqua si sfalda (sarà che dei libri antichi ci sono arrivati solo quelli resistenti?), e l’inchiostro magari impazzisce perché negli anni Settanta hanno provato ad aggiungere alla carta più o meno qualsiasi cosa (persino l’amianto).

Comunque lavare la carta è un processo delicato. Il libro va smontato e i singoli fogli messi in dei grandi lavandini riscaldati, uno per uno, appoggiati su delle veline di tessuto-non-tessuto (Reemay). Il restauratore non tocca mai la carta bagnata, ma prende e sposta grazie a queste veline. Silvia mi ha detto che la carta si lavora un po’ come il cotone: quindi si lava, si stira, si smacchia, si rammenda… però con un po’ più di attenzione. L’acqua dei lavaggi, ad esempio, rimane tra i 30 e i 40 gradi, non di più.

Se il libro non deve essere smontato perché la rilegatura è ancora abbastanza a posto, si parla di “piccolo restauro”. Che però è comunque un gran lavoro di pazienza.

Silvia mi ha fatto vedere una tecnica per reintegrare le pagine rovinate sugli angoli: si prende una carta simile all’originale (per grammatura, colore, comportamento in acqua ecc.) e si appoggia in modo che le fibre siano nello stesso verso della pagina originale. Poi si usa la carta di riso (che si strappa, non si taglia: basta passare una penna ad acqua lungo il bordo desiderato) per attaccare tutto con una passata di una colla speciale (che non ricordo). Ovviamente è un lavoro di pazienza, manualità e precisione da chirurgo… e infatti si usa anche il bisturi 😉

Su uno dei vari tavoli attrezzati c’era una cosa che mi ha fatto ridere: la saliva sintetica. Silvia dice che una volta c’era più semplicemente lo sputo del restauratore! Sostanzialmente in alcuni casi servono degli enzimi per scatenare determinate reazioni. Il problema è che gli enzimi è difficile fermarli una volta che hai ottenuto il risultato che volevi.

Per la disinfestazione c’è una saletta a parte. I libri “abitati” vengono messi dentro buste di plastica fatte su misura dai restauratori, sigillate e dotate di valvola. Si toglie l’ossigeno, si riempie di azoto, si lascia lì un po’ e muore tutto. Tranne le muffe, perché da quelle non ci salva nessuno.

Anche per la rilegatura c’è una sala a parte. Qui il problema numero uno è capire bene com’era rilegato il libro in originale per mantenere la stessa tecnica (oppure, se c’erano dei difetti strutturali, inventarsi qualcosa di nuovo che funzioni).

Perché il restauro non si deve nascondere, ma deve anche rispettare l’originale. Che non dev’essere sempre un equilibrio facile da mantenere.

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2 risposte a “Libri-lifting

  1. Un po’ ti invidio. Deve essere stata un la “gita” molto interessante. Devi raccontarmi tutto… A presto! A!

  2. Più che una gita è stato un meraviglioso trip cartier-artigianale: troppe cose che mi piacciono tutte insieme;)
    So che a volte organizzano visite guidate aperte al pubblico – prova un po’ a chiamare l’Archivio di Stato (a parte il laboratorio di restauro, hanno molte altre cose che varrebbe la pena vedere! A partire dall’edificio stesso, ex ospedale di San Luigi Gonzaga).