App app and away (3)

Ripasso estivo: c’è il libro, poi c’è l’ebook, e poi c’è l’app. Tutto chiaro?

Un articolo ormai vecchiotto pubblicato su Publishers Weekly metteva a confronto l’approccio alle app di diverse grandi case editrici americane. Tra le altre cose, alcuni definivano “app” qualsiasi prodotto venduto nell’Apple App Store, mentre altri (l’AD di Sourcebooks, Dominique Raccah) trovavano la discriminante nell’interattività: “Se il lettore può fare qualcosa con il contenuto, allora è un’app”. Quindi un testo con un video incorporato rimane un semplice ebook, anche se tecnicamente è difficile realizzarlo in un formato che non sia app… o almeno così mi sembra di aver capito.

E visto che sulla narrativa per adulti è più difficile inventarsi qualcosa da far fare ai lettori, le app si sono orientate su libri per bambini, ricettari, saggistica, dizionari e guide (Lonely Planet a novembre 2010 aveva già 115 app, contro la dozzina-ventina della maggior parte degli altri editori citati).

Ma a me viene in mente Cerami, che in Consigli a un giovane scrittore la metteva così: “quanto più un linguaggio è tecnologicamente povero, tanto più prepotenti e articolati si fanno i processi evocativi”.

Dove i processi evocativi, si capisce, sono la cosa più bella che c’è del leggere.

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