Sigh, non finirà mai

Bill Keller, executive editor del New York Times, propone di vietare i libri… o almeno smettere di scriverne. Traduco qualche pezzo dell’articolo completo (divertente e interessante), uscito a luglio.

Sono ormai anni che i populisti profeti dei nuovi media sentenziano la morte del libro, e il mercato sembra dar loro ragione. […]

Di fronte a questo trend, devo ammettere che il dolore che provo per lo stato in cui si trova la nostra civiltà è accompagnato da un certo sollievo. Certo che mi mancheranno i libri (come, tra l’altro, mancheranno ai miei figli), ma almeno la loro scomparsa metterebbe fine alla scocciatura che chiunque lavori per me o sta scrivendo un libro o vorrebbe farlo. Finalmente riavrei il mio staff!

Non c’è mese che un qualche reporter non passi dal mio ufficio a chiedere l’aspettativa per scrivere un libro. Con pazienza, cerco di spiegare che scrivere è un’agonia: un lavoro lento, solitario, frustrante che, salvo rare eccezioni, viene accolto da recensioni tiepide (sempre che ci siano delle recensioni) e raggiunge appena qualche migliaio di persone prima di finire tra i remainder di Barnes & Noble. Racconto la mia esperienza di fallimenti librari: due opere incomplete e un sostanzioso anticipo che sto ancora finendo di restituire alla Simon & Schuster, con rate annuali che più che un onere mi sembrano una cauzione.[…]

E allora perché i libri non sono ancora morti? Il boom degli ebook di certo aiuta.[…]

Ma questo non spiega perché gli scrittori scrivano. Gli scrittori scrivono per motivi che di solito hanno poco a che vedere con i soldi e meno a che vedere con il masochismo di quanto non si creda. C’è un vero senso di appagamento nel raccontare una storia, difendere una tesi, comporre un puzzle con grande precisione. Notate che quando la gente dice che “ama scrivere” di solito intende che ama “aver scritto”.

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