Pussy Riot, Stephen Fry, e Dostoevskij

Nel 1849 Dostoevskij fu messo in prigione come sovversivo e condannato a morte. All’ultimo – nel senso che prima lo portarono sul patibolo davanti ai fucili spianati, tanto per fargli prendere un po’ di paura – gli dissero che era stato graziato. Poi Siberia, ancora prigione, e cinque anni costretto a fare il soldato vicino al confine cinese.

Pochi giorni fa tre componenti del gruppo punk Pussy Riot sono state condannate a due anni di prigione per una performance blasfema, ma pacifica. Sono state condannate per aver protestato contro il loro governo, per aver espresso la loro opinione, come esempio per chi dovesse avere grilli simili per la testa.

Le Pussy Riot non sono Dostoevskij, come scrive Stephen Fry nella lettera con cui incoraggia le tre donne, ma “qui si lotta per la libertà di parola, che non è esclusiva dei più alti titani della letteratura”.

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Una risposta a “Pussy Riot, Stephen Fry, e Dostoevskij

  1. La libertà di espressione va difesa senza tante discussioni. Chi antepone altre cose, tipo la visibilità del gruppo, la furbizia o la ricerca di pubblicità (che ci possono stare), perde di vista la cosa più importante.