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Quando ho iniziato a scrivere …you’ll love publishing, avevo voglia di parlare delle professioni e del lato “hard business” dell’editoria. Perché i libri sono un prodotto industriale e creativo allo stesso tempo – ed è questo che mi ha sempre attirata – ma di solito ci ritroviamo a parlare di autori, stile, trame, copertine. Molti pensano che il lavoro in editoria sia poetico e intellettuale. Lo è, ma ci sono anche budget, pallet, tecnologia (che fa rima con tablet). Spesso mi dicono “Che bello, lavorare con i libri”. E’ vero, ma è pur sempre un lavoro.

Nel tempo il blog ha virato verso il fenomeno “editoria digitale”; ho dato spazio a qualche bibliofilo che i libri li trasforma, ritaglia, mette via, mette in mostra; mi sono molto appassionata al problema della scarsa abitudine alla lettura degli italiani; ho riso dei refusi su insegne, packaging, cartelli. Una delle cose che mi ha dato più soddisfazione sono state le collaborazioni, per la possibilità di conoscere qualcuno o riprendere dei contatti almeno per lo spazio di un post. Devo un grazie soprattutto a FN, r e Clizia.

Nessuno mi ha mai chiesto che immagine ho scelto per la testata e perché: sono scarpe, mie, consumate e rotte. Ho cambiato l’immagine due o tre volte in quattro anni e mezzo. La settimana scorsa ho buttato un paio di ballerine che poverine non ce la facevano più, e ho dimenticato di fare una foto. Così ho capito che io sto andando avanti, ma che …you’ll love publishing non mi sta più dietro.

Chiudo. Un po’ mi dispiace ma mi piace fare le cose per bene fino alla fine. Per quello che mi capiterà di segnalare basterà Twitter (@michellenebiolo), per chi vorrà ancora seguirmi lì.

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Ecco-nomia: micro budget per libri

Regalo di Pasqua: ho semplificato un modellino in Excel che avevo messo su anni fa sperando di fare un minimo di controllo di gestione in una casa editrice per cui lavoravo. Ora sta tutto in un foglio, tanto per cominciare.

L’idea è che possa servire a un caporedattore per tenere sotto controllo tutti i costi diretti di un libro (cioè tutte quelle spese che non ci sarebbero se non si facesse il libro). Si inseriscono i vari importi, una previsione di prezzo e copie vendute, e si ottiene un risultato economico ipotetico. Sostituendo tutto con i dati di consuntivo (magari su una duplicazione del foglio), si avrà il risultato effettivo.

In teoria se il risultato previsto è positivo il libro si fa, e il suo risultato contribuirà alla copertura dei costi fissi (personale interno, bollette, affitti, segreteria ecc.). Sempre in teoria, se il risultato previsto è negativo il libro non si fa. Ma la scelta dei libri da inserire nel catalogo di una casa editrice molto spesso si basa su ragionamenti ben più complessi, e su voglie desideri passioni e altre umanissime debolezze 😉

Scarica le istruzioni in allegato PDF.
Scarica il modellino in allegato XLS.

La distruzione avverrà per triturazione

Il magazzino di una casa editrice è un costo: tariffe nell’ordine dei centesimi e  millesimi di euro si moltiplicano in quello che all’editore “terzo” distribuito è concesso solo di immaginare – un hangar con scaffali altissimi carichi di libri, su libri, su libri.

A differenza delle cantine di vino, i magazzini pieni di libri vecchi perdono valore invece di acquistarne, e così capita che una casa editrice mandi al macero parte delle scorte. I benefici sono ecologici (la carta si ricicla fino a 6 volte), fiscali (minor utile su cui pagare le imposte), economici (minori costi di magazzino e ben 0,003 euro al chilo di guadagno), e psicologici.

The ghost writer

Per essere una storia di complotti e comportamenti umani improbabili (non mi è andata giù che il ghost writer ironico e distaccato sia poi colto da passione travolgente per la moglie dell’ex primo ministro inglese, che sembra un’adolescente che un po’ piange un po’ risponde male e un po’ è gelosa della segretaria), The Ghost Writer regala qualche momento di assoluto realismo.

Quigley: Oh, John, of course. Adam Lang is a world historical figure. His autobriography is going to be a world publishing event.
Maddox: I have warehouses full or “world publishing events” waiting to be pulped.

Maddox: We need it wrapped up in a month.
Ghost: A month? You want a book in a month?
Kroll: We already have a first draft.
Maddox: Yeah, but it needs a lot of work. (to the Ghost) What I like about your resume is that you’re fast. And you deliver.

Maddox: Any chance of you finishing the manuscript sooner?
Ghost: Sooner?
Maddox: Yeah, sooner.
Ghost: How much sooner?
Maddox: I’m thinking two weeks.
Ghost: Jesus!

Riviste 3D

Tranquilli, non serviranno gli occhialini. Le tre dimensioni di cui parla Jan V. White, art director di Time Inc. a inizio anni sessanta, nel suo Editing by design (Bowker, New York, 1982) sono testo, immagini, e sequenza.

È attraversando la sequenza delle pagine messe insieme da editor e art director, infatti, che una rivista acquista profondità.

Da evitare

Il blog di Bob Bly sul lavoro di copywriter è interessante anche per chi lavora in campi diversi, e presenta quell’americano pragmatismo, nella gestione dei clienti e del lavoro, che non sarebbe male importare (in enormi, enormi, enormi quantità) anche in Italia.
Visivamente… inizialmente ho pensato fosse brutto ma poi mi sono convinta che tutto sommato è semplicemente coerente. Bob Bly fa il copywriter, non il grafico.
Traduco un post che oggi mi è particolarmente caro.

Il mio compianto amico James Alexander, pubblicitario di successo del Michigan, una volta mi ha detto: “Posso lavorare con un cliente ignorante. Posso lavorare con un cliente arrogante. Ma non posso lavorare con un cliente che è entrambe le cose.”

Un cliente ignorante ma non arrogante non sa nulla di pubblicità, lo ammette serenamente, e si affida a te perché sei più competente e hai maggiore esperienza.

Un cliente arrogante ma non ignorante ne sa almeno quanto te di pubblicità, e ne sa più di te del suo prodotto e del suo mercato. Il miglio rapporto che puoi avere con questo tipo di cliente è basato sulla collaborazione.

Un cliente che è sia arrogante sia ignorante ammette serenamente di non saperne niente di pubblicità, e poi va a dire al copywriter o all’agenzia come fare il loro lavoro. In caso di disaccordo è raro che ascolti i consigli: si fida più del suo istinto e della sua esperienza, anche se ammette che sono minimi.

Il cliente arrogante e ignorante va evitato. Puoi provare a dirgli che in cucina c’è posto per un cuoco solo (e quel cuoco sei tu), o che se ti ha ingaggiato come autista deve lasciarti guidare, ma di solito non servirà a niente. E’ quasi impossibile fare un buon lavoro per il cliente che è ignorante e arrogante allo stesso tempo.

(dal blog di Bob Bly, Are your clients ignorant and arrogant?, post del 5 marzo 2008)

Il culto del fatto

Sì, dovrei scrivere qualcosa sulle sfide sferrate di recente al copyright, sul fallimento dell’Unità, sul metodo perfetto per impostare un progetto di rivista. Invece no: ho trovato il Manifesto del Culto del Fatto, e devo tradurlo.

1. Esistono solo tre stati nell’esistenza: inconsapevolezza, azione e completamento.
2. Accetta che tutto è una bozza. Serve a concludere.
3. Non esiste alcuno stadio di revisione.
4. Far finta di sapere quel che si sta facendo è quasi la stessa cosa di sapere quel che si sta facendo, quindi accetta il fatto che sai cosa stai facendo, anche se non è vero, e fallo.
5. E’ vietato rimandare. Se aspetti più di una settimana per realizzare un’idea, abbandonala.
6. Il punto, nel concludere qualcosa, non è concludere quella cosa ma concluderne altre.
7. Quando hai finito, puoi buttare tutto via.
8. Ridi della perfezione. E’ noiosa e ti impedisce di concludere.
9. Chi non si sporca le mani ha torto. Fare qualcosa ti mette dalla parte del giusto.
10. Il fallimento conta come cosa fatta. Quindi fai degli errori.
11. Distruzione è una variante di conclusione.
12. Se hai un’idea e la pubblichi su internet, conta come un fantasma di cosa fatta.
13. Concludere è il motore di altro.

(da The Cult of Done Manifesto di Bre Pettis e Kio Stark)