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Quando ho iniziato a scrivere …you’ll love publishing, avevo voglia di parlare delle professioni e del lato “hard business” dell’editoria. Perché i libri sono un prodotto industriale e creativo allo stesso tempo – ed è questo che mi ha sempre attirata – ma di solito ci ritroviamo a parlare di autori, stile, trame, copertine. Molti pensano che il lavoro in editoria sia poetico e intellettuale. Lo è, ma ci sono anche budget, pallet, tecnologia (che fa rima con tablet). Spesso mi dicono “Che bello, lavorare con i libri”. E’ vero, ma è pur sempre un lavoro.

Nel tempo il blog ha virato verso il fenomeno “editoria digitale”; ho dato spazio a qualche bibliofilo che i libri li trasforma, ritaglia, mette via, mette in mostra; mi sono molto appassionata al problema della scarsa abitudine alla lettura degli italiani; ho riso dei refusi su insegne, packaging, cartelli. Una delle cose che mi ha dato più soddisfazione sono state le collaborazioni, per la possibilità di conoscere qualcuno o riprendere dei contatti almeno per lo spazio di un post. Devo un grazie soprattutto a FN, r e Clizia.

Nessuno mi ha mai chiesto che immagine ho scelto per la testata e perché: sono scarpe, mie, consumate e rotte. Ho cambiato l’immagine due o tre volte in quattro anni e mezzo. La settimana scorsa ho buttato un paio di ballerine che poverine non ce la facevano più, e ho dimenticato di fare una foto. Così ho capito che io sto andando avanti, ma che …you’ll love publishing non mi sta più dietro.

Chiudo. Un po’ mi dispiace ma mi piace fare le cose per bene fino alla fine. Per quello che mi capiterà di segnalare basterà Twitter (@michellenebiolo), per chi vorrà ancora seguirmi lì.

Prima di aprire / 12. La storia inizia… prima di aprire

(Prima di aprire è una serie di guest post a cura di Clizia, cervello in fuga con la fissa delle cover.)

A volte le cover dei libri si trasformano in parte integrante della narrazione. Vi porto due esempi molto diversi.

L’artista e designer Jim Tierney ha usato semplici trucchi di cartotecnica per anticipare sin dalla copertina le splendide avventure raccontate nei classici di Jules Verne.

L’editore Canongate invece ha puntato sulle nuove tecnologie per creare la prima sovracoperta interamente interattiva grazie a un’app chiamata Blippar, che permette ai lettori di accedere a contenuti aggiuntivi relativi al libro di Ruth Ozeki, A Tale for the Time Being.

Tra i due esempi io preferisco il primo perché accessibile a tutti. Chiunque può apprezzare il modo in cui il cover designer ha resto speciali questi libri sfruttando tecnologie molto semplici. Nel secondo, invece, è indispensabile avere uno smartphone o un tablet alla mano. E poi  che gusto c’è a guardare un libro attraverso uno schermo?

(Con questo post si conclude la serie Prima di aprire. Grazie Clizia!)

Prima di aprire / 11. Chip Kidd

(Prima di aprire è una serie di guest post a cura di Clizia, cervello in fuga con la fissa delle cover.)

Non si può parlare di cover senza parlare anche di chi le crea.
In particolare dedichiamo un post a Chip Kidd, oggi art director della Albert A. Knopf (Randomhouse USA), dove dal 1986 crea circa 75 cover l’anno.

Per vederlo parlare potete guardare la presentazione che ha dato nel 2012 per TED Talk, che ha riscosso grande successo.

chipp kidd

Ma ciò che parla di lui sono le sue copertine, testimoni della sua capacità di usare i libri non solo come recipienti ma come oggetti di design, sfruttando ogni loro elemento per creare di volta in volta qualcosa di unico e speciale.

jurassic parkUn esempio: la sua copertina di Jurassic Park è diventata un’icona visiva riconosciuta e riprodotta in tutto il mondo.

Prima di aprire / 10. Il meglio del peggio

(Prima di aprire è una serie di guest post a cura di Clizia, cervello in fuga con la fissa delle cover.)

Ogni sito di self-publishing che si rispetti offre consigli su come creare una cover attraente per i potenziali lettori, e mette a disposizione dei suoi utenti un’applicazione per cimentarsi in book design. Si tratta di programmi necessariamente molto semplificati, che spesso si limitano a fornire template personalizzabili.

Non solo. Alcuni editori scelgono di ridurre i costi chiedendo a persone poco qualificate – redattori o impiegati già presenti in azienda – di creare la cover del loro prossimo titolo. I risultati sono spesso bizzarri.

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Lousy Book Covers
raccoglie il meglio del peggio delle copertine e spiega quali caratteristiche e qualità dovrebbe avere una buona cover. Riuscite a non giudicare il libro dalla copertina?

Prima di aprire / 9. La costa dei libri

(Prima di aprire è una serie di guest post a cura di Clizia, cervello in fuga con la fissa delle cover.)

La prima cosa che vediamo di un libro non è sempre la sua copertina: a volte è la costa soltanto, semplicemente perché la forma stessa di un volume permette di disporlo su uno scaffale senza sprecare spazio – a casa come nei negozi – lasciando visibile solo quella.

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Alcuni book designer hanno saputo sfruttare questa peculiarità e hanno scelto di trasformare la costa della copertina in un efficace elemento grafico: i Penguin Classics ad esempio abbelliscono le nostre librerie con motivi floreali o geometrici.

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Nel caso di collane o serie dello stesso autore, come nell’esempio di Chip Kidd, le coste possono essere sfruttate per comporre un disegno o raccontare una storia. Prima di aprire il libro, e prima ancora di prenderlo dallo scaffale.

Prima di aprire / 8. I codici cardiomorfi

(Prima di aprire è una serie di guest post a cura di Clizia, cervello in fuga con la fissa delle cover.)

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Già nel 15° e 16° secolo si producevano libri a forma di cuore, ma anche di triangolo, o persino di giglio per il re di Francia. Questi romantici volumi sono chiamati codici cardiomorfi e venivano realizzati su ordinazione. Potevano essere libri di preghiera oppure – ovviamente! – testi di poesia amorosa o canzonieri.

Erano realizzati in due modi. In uno il libro chiuso somiglia a una foglia, mentre una volta aperto e appoggiato sui palmi sembra un cuore. Nell’altro invece era la copertina stessa, finemente lavorata e decorata con le dorature tipiche dell’epoca, ad avere la più romantica delle forme.

Due link per chi vuole approfondire: una pagina del sito della Biblioteca Reale danese e un post su Caspar Meuser sul blog “Lochac Scribes”.

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Prima di aprire / 7. Materiali insoliti

(Prima di aprire è una serie di guest post a cura di Clizia, cervello in fuga con la fissa delle cover.)

Il book design è nato in tempi in cui il solo fatto di possedere un libro era simbolo di ricchezza e sapere: volumi meravigliosamente scritti e illustrati a mano, che spesso costavano una piccola fortuna e che, dopo aver richiesto qualche anno per la realizzazione, venivano regalati ai potenti o mostrati come opere d’arte sugli scaffali dei più benestanti.

gioielli

Alcune di queste opere sono sopravvissute fino a oggi (una galleria interessante si trova su Abebooks), mantenendo più o meno intatte le loro caratteristiche originali… compresi i prezzi da capogiro. Non possiamo non notare la varietà di materiali con cui vennero realizzate alcune delle copertine: pelle di serpente, salmone o squalo, legno, metalli preziosi, gioielli, smalto. Tutti materiali ricercati e di valore, che aggiungevano una nota di unicità ai libri, anche se al giorno d’oggi possiamo chiederci come sia nata l’idea di foderare un libro di preghiere con pelle di squalo. Purtroppo non sono arrivate fino a noi le intenzioni di questi facoltosi ed eccentrici lettori, ma possiamo immaginare che il loro obiettivo fosse rendere ancora più particolare un oggetto di pregio.

legno

Così abbiamo libri tempestati di pietre preziose (La Journée du Chrétien, libro di preghiere risalente al 1844) ma anche stravaganze come la copertina realizzata completamente in legno intorno al 1925: rilegature originali e uniche, che testimoniano come il contenuto del libro e la sua veste competano da sempre per avere la nostra attenzione.