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Quando ho iniziato a scrivere …you’ll love publishing, avevo voglia di parlare delle professioni e del lato “hard business” dell’editoria. Perché i libri sono un prodotto industriale e creativo allo stesso tempo – ed è questo che mi ha sempre attirata – ma di solito ci ritroviamo a parlare di autori, stile, trame, copertine. Molti pensano che il lavoro in editoria sia poetico e intellettuale. Lo è, ma ci sono anche budget, pallet, tecnologia (che fa rima con tablet). Spesso mi dicono “Che bello, lavorare con i libri”. E’ vero, ma è pur sempre un lavoro.

Nel tempo il blog ha virato verso il fenomeno “editoria digitale”; ho dato spazio a qualche bibliofilo che i libri li trasforma, ritaglia, mette via, mette in mostra; mi sono molto appassionata al problema della scarsa abitudine alla lettura degli italiani; ho riso dei refusi su insegne, packaging, cartelli. Una delle cose che mi ha dato più soddisfazione sono state le collaborazioni, per la possibilità di conoscere qualcuno o riprendere dei contatti almeno per lo spazio di un post. Devo un grazie soprattutto a FN, r e Clizia.

Nessuno mi ha mai chiesto che immagine ho scelto per la testata e perché: sono scarpe, mie, consumate e rotte. Ho cambiato l’immagine due o tre volte in quattro anni e mezzo. La settimana scorsa ho buttato un paio di ballerine che poverine non ce la facevano più, e ho dimenticato di fare una foto. Così ho capito che io sto andando avanti, ma che …you’ll love publishing non mi sta più dietro.

Chiudo. Un po’ mi dispiace ma mi piace fare le cose per bene fino alla fine. Per quello che mi capiterà di segnalare basterà Twitter (@michellenebiolo), per chi vorrà ancora seguirmi lì.

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Sulla strada

Molto tardi e comunque troppo lontana, ma le foto sono ancora molto belle: è l’installazione creata dal collettivo artistico spagnolo Luzinterruptus a Melbourne a settembre, con un fiume di libri che illumina la strada.

I volumi usati, oltre 10.000, erano stati destinati al macero dalle biblioteche. L’ultimo giorno i passanti sono stati invitati a portarsi a casa quello che volevano.

Voglio una biblioteca labirinto grande senza luci colorate

No, non sono io che metto a posto ancora una volta la libreria di casa. E’ la laboriosa installazione di due brasiliani, Marcos Saboya e Gualter Pupo, creata in collaborazione con Hungry Man per il Southbank Centre’s Festival of the World, a Londra.

250.000 libri che formano un labirinto (da cui il titolo dell’opera, aMAZEme), fatto a forma di impronta digitale di Jorge Luis Borges.
Ancora 10 giorni per vederlo!

(Grazie a r per la segnalazione).

Typos are part of the project

Nuovi usi per vecchie tecnologie:)

Alterati

(Brave New World, 2008, di Brian Dettmer)

Il mio maestro di yoga dice che ciò che cambia non è reale: se puoi smontarlo e cambiargli nome allora non era davvero quello che era all’inizio. Quindi i libri non sono reali, perché ci sono artisti che li scarnificano e li modellano, li deformano e li scalpellano, li trasformano: diventano sculture, quadri. Amore distruttivo o amore creativo?
(Per cinque minuti di pausa, cercate “altered books” su Google.)

 

Che fine faranno i libri?

Per rispondere a Cataluccio… ecco che fine faranno i libri: dopo che la loro anima sarà migrata verso paradisi digitali, scopriremo la soddisfazione di usare il loro “corpo” per quello che ci pare. Come fanno già alcuni artisti che ho trovato qui.

(Abelardo Morell)

(Cara Barer)