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Il grande futuro della carta

🙂

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Seriamente

Prenditi cinque minuti di pausa ogni volta che hai la sensazione che sia troppo. Per il tuo corpo si tratta di un’esperienza nuova, e all’inizio avrai bisogno di abituarti.

Dieta? Maratona? No. E’ uno dei consigli di questo post, che spiega come liberarsi dei propri libri.

Ci sto pensando seriamente. Forse è la fine di un’era.

 

Il prezzo dei libri: carta vs. bit

Questo post di economia editoriale, sul blog di Luisa Capelli, è molto lungo ma molto, molto bello e interessante.

Storytelling e fragilità

Il libro, come tecnologia, non è niente di che: “It was venerable. It was ubiquitous. But it was a little bit boring.”

La TED Talk del giovane Joe Sabia sulle tecnologie dello storytelling è un bell’esercizio di public speaking: divertente, interattiva, breve (ce ne fossero). Non è di quei discorsi che cambiano la vita ma rende onore al padre dei libri pop-up, Lothar Meggendorfer, al quale la Movable Book Society ha dedicato un premio per l’eccellenza nell’ingegneria della carta.

All’inizio dei libri che illustrava, Meggendorfer inseriva una poesia per chiedere ai bambini di avere cura nell’azionare i meccanismi complicatissimi che aveva realizzato.
Adesso che ci penso anche un iPad va maneggiato con cura.
Che storytelling e fragilità siano inscindibili?

Now Children, dear, pray come with me
And see some comic sights,
You all will laugh with mirth and glee,
Or should do so by rights.

When you to them your hand apply
These figures dance and caper
“‘Tis really hard” I hear you cry
“To think them only paper.”

The men and creatures here you find
Are lively and amusing,
Your fingers must be slow and kind
And treat them well while using.

But more of them we must not tell,
The pictures would be jealous,
So turn the leaves and use them well
And don’t be over zealous.

Collane e collane

In editoria si parla di collane editoriali, ma qui invece si tratta di collane fai-da-te fatte riciclando un po’ di carta presa dalle pagine delle riviste. Un progetto carino per le fredde giornate che ci aspettano. Che potrebbe anche essere la soluzione per qualche regalino di Natale (è da agosto che non riesco a togliermi dalla testa il video di Advent Conspiracy by Epipheo).

Per leggere in spiaggia

Altro che e-book, arriva dall’Inghilterra una novità tecnologica da far impallidire tutta la Silicon Valley: il libro da bagno, da spiaggia e forse da doccia. È un volume normalissimo le cui pagine sono ricoperte da una specie di cera sigillante, resistente all’acqua e quindi in grado di evitare le macchie da umidità. È già usata a quanto dicono in Australia per allungare la vita delle banconote. Finora solo qualche libro particolare era stato sottoposto a simile trattamento (ma la ditta che lo ha brevettato sostiene che esistono già in circolazione alcuni best seller). In ogni caso dall’anno prossimo, secondo i giornali inglesi, sarà un modesto tascabile ad aprire forse una nuova strada. Confessiamolo, se ne sentiva il bisogno. Almeno da quando, correva il 1987, Roberto D’Agostino pubblicò per Mondadori un libro non solo di plastica ma gonfiabile e galleggiante (si intitolava Libidine), disegnato da Angelo Bucarelli e realizzato da un produttore di salvagenti. A volte ritornano.

(da La Stampa.it, In spiaggia con un libro purché idrorepellente, di Mario Baudino, 5 agosto 2011)

Libri-lifting

Conservazione, collezionismo, forse un pizzico di nostalgia: i motivi per restaurare un libro sono molti, e ancora di più sono i metodi. In due ore di gita al laboratorio di restauro della carta dell’Archivio di Stato di Torino, la fenomenale Silvia – gentile, preparata, appassionata del suo lavoro – non ha potuto chiaramente spiegarmi tutto (ma ci ha provato).

Prima di tutto ho capito che tutti i libri destinati alla conservazione (quindi non quelli di casa, non diventate paranoici) devono essere spolverati regolarmente. Si usano pennelli e aspiratori (qui a sinistra un esempio). Il problema non è tanto la polvere in sé quanto il fatto che essa permette a ciò che è presente nell’aria di attaccarsi alla carta e rovinarla (non ricordo se si trattasse di umidità, ioni o bestioline).

Ogni carta può avere un’acidità diversa, che si misura bagnandone un pezzo e appoggiandoci la sonda adatta, attaccata a una macchinetta. Le fibre usate per produrre la carta possono essere di diversa lunghezza (a seconda della materia prima usata) ma il problema nasce se queste fibre si spezzano. I miei ricordi di chimica sono molto lacunosi, ma dovrebbe essere che più sono frammentate le fibre e più catturano ioni negativi, che rendono più acida la carta.

La carta troppo acida non va bene, e quel che gli si può fare è un bell’ammollo con sostanze basiche. Ma prima dell’ammollo, e comunque prima di quasi qualsiasi lavorazione “umida”, bisogna controllare come si comportano carta e inchiostro con l’acqua. O con l’alcol, a seconda di cosa uno deve usare.

Gli inchiostri più antichi di solito resistono a tutto, quelli moderni meno. Un po’ come la carta: quella dei libri nuovi se la metti in acqua si sfalda (sarà che dei libri antichi ci sono arrivati solo quelli resistenti?), e l’inchiostro magari impazzisce perché negli anni Settanta hanno provato ad aggiungere alla carta più o meno qualsiasi cosa (persino l’amianto).

Comunque lavare la carta è un processo delicato. Il libro va smontato e i singoli fogli messi in dei grandi lavandini riscaldati, uno per uno, appoggiati su delle veline di tessuto-non-tessuto (Reemay). Il restauratore non tocca mai la carta bagnata, ma prende e sposta grazie a queste veline. Silvia mi ha detto che la carta si lavora un po’ come il cotone: quindi si lava, si stira, si smacchia, si rammenda… però con un po’ più di attenzione. L’acqua dei lavaggi, ad esempio, rimane tra i 30 e i 40 gradi, non di più.

Se il libro non deve essere smontato perché la rilegatura è ancora abbastanza a posto, si parla di “piccolo restauro”. Che però è comunque un gran lavoro di pazienza.

Silvia mi ha fatto vedere una tecnica per reintegrare le pagine rovinate sugli angoli: si prende una carta simile all’originale (per grammatura, colore, comportamento in acqua ecc.) e si appoggia in modo che le fibre siano nello stesso verso della pagina originale. Poi si usa la carta di riso (che si strappa, non si taglia: basta passare una penna ad acqua lungo il bordo desiderato) per attaccare tutto con una passata di una colla speciale (che non ricordo). Ovviamente è un lavoro di pazienza, manualità e precisione da chirurgo… e infatti si usa anche il bisturi 😉

Su uno dei vari tavoli attrezzati c’era una cosa che mi ha fatto ridere: la saliva sintetica. Silvia dice che una volta c’era più semplicemente lo sputo del restauratore! Sostanzialmente in alcuni casi servono degli enzimi per scatenare determinate reazioni. Il problema è che gli enzimi è difficile fermarli una volta che hai ottenuto il risultato che volevi.

Per la disinfestazione c’è una saletta a parte. I libri “abitati” vengono messi dentro buste di plastica fatte su misura dai restauratori, sigillate e dotate di valvola. Si toglie l’ossigeno, si riempie di azoto, si lascia lì un po’ e muore tutto. Tranne le muffe, perché da quelle non ci salva nessuno.

Anche per la rilegatura c’è una sala a parte. Qui il problema numero uno è capire bene com’era rilegato il libro in originale per mantenere la stessa tecnica (oppure, se c’erano dei difetti strutturali, inventarsi qualcosa di nuovo che funzioni).

Perché il restauro non si deve nascondere, ma deve anche rispettare l’originale. Che non dev’essere sempre un equilibrio facile da mantenere.