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Quando ho iniziato a scrivere …you’ll love publishing, avevo voglia di parlare delle professioni e del lato “hard business” dell’editoria. Perché i libri sono un prodotto industriale e creativo allo stesso tempo – ed è questo che mi ha sempre attirata – ma di solito ci ritroviamo a parlare di autori, stile, trame, copertine. Molti pensano che il lavoro in editoria sia poetico e intellettuale. Lo è, ma ci sono anche budget, pallet, tecnologia (che fa rima con tablet). Spesso mi dicono “Che bello, lavorare con i libri”. E’ vero, ma è pur sempre un lavoro.

Nel tempo il blog ha virato verso il fenomeno “editoria digitale”; ho dato spazio a qualche bibliofilo che i libri li trasforma, ritaglia, mette via, mette in mostra; mi sono molto appassionata al problema della scarsa abitudine alla lettura degli italiani; ho riso dei refusi su insegne, packaging, cartelli. Una delle cose che mi ha dato più soddisfazione sono state le collaborazioni, per la possibilità di conoscere qualcuno o riprendere dei contatti almeno per lo spazio di un post. Devo un grazie soprattutto a FN, r e Clizia.

Nessuno mi ha mai chiesto che immagine ho scelto per la testata e perché: sono scarpe, mie, consumate e rotte. Ho cambiato l’immagine due o tre volte in quattro anni e mezzo. La settimana scorsa ho buttato un paio di ballerine che poverine non ce la facevano più, e ho dimenticato di fare una foto. Così ho capito che io sto andando avanti, ma che …you’ll love publishing non mi sta più dietro.

Chiudo. Un po’ mi dispiace ma mi piace fare le cose per bene fino alla fine. Per quello che mi capiterà di segnalare basterà Twitter (@michellenebiolo), per chi vorrà ancora seguirmi lì.

L’accento sulla è: nel dubbio

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Sul retro del pacco dei Tarallucci, Mulino Bianco ha deciso di aggiungere alcune informazioni sul prodotto.

Cosa non c’è? Direi un correttore bozze. La “è” verbo essere ha l’accento grave (quello che scende).
Cosa c’è? Un po’ di confusione. Una delle regole d’oro della redazione è l’uniformità. Einaudi che mette gli accenti acuti sulle i se la cava perché li mette TUTTI così (e poi be’, è Einaudi).
Cosa facciamo? Le provate un po’ tutte. Inclusa la variante e+apostrofo!

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Fa, fa’, fà

Ieri qualcuno ha trovato questo blog cercando su Google “Cosa fà un editor”.

Un editor si mette le mani nei capelli quando legge “fa” con l’accento, ecco cosa fa. Il verbo fare (che fa tanto confondere) non va accentato alla terza persona singolare dell’indicativo presente. Non mi viene in mente se in altri modi o tempi ci sia qualche accento, ma su “fa” no, sono sicura.

Ci vuole invece l’apostrofo sull’imperativo presente: “fa’ la cosa giusta, e lascia stare quell’accento”.

Immagine

Use me

Sensa sale e senza ‘s’

Chi non sa la grammatica non trova lavoro

Se pensi che l’apostrofo sia uno dei 12 discepoli di Gesù non lavorerai mai per me.

Secondo quanto ha scritto per l’Harvard Business Review, Kyle Wiens, amministratore delegato di iFixit e fondatore di Dozuki, sottopone a un test di grammatica anche chi si propone per un posto da programmatore. Perché chi è preciso con la punteggiatura e attento all’ortografia sarà preciso e attento in tutto quello che fa.

Tu m’insegne

L’ho già detto, che ho la fissa delle insegne.
Prima di aprire bottega, aprire il vocabolario🙂